Home » La violenza di genere:basi teoriche


La violenza di genere: basi teoriche

Alla base della violenza di genere: meccanismi e teorie
In prima istanza appare doveroso, al fine di comprendere il fenomeno della violenza di genere, fornire una panoramica delle diverse forme in cui si presenta:

All’interno del testo di Anna C. Baldry “dai maltrattamenti all’omicidio”vengono descritte le diverse tipologie di violenza domestica, ovviamente l’una non esclude la presenza dell’altra, si tratta infatti di un fenomeno complesso che si evolve nel tempo.

La violenza psicologica comprende una serie di atteggiamenti intimidatori, minacciosi, vessatori e denigratori come ad esempio ricatti, insulti, umiliazioni. Le conseguenze sulla vittima sono terribili, si assiste infatti ad un progressivo sgretolamento della sua fiducia e sicurezza, una perdita della stima di sé prodromica alla colpevolizzazione, al sentirsi responsabile di ciò che le accade. E’ un processo lento e doloroso che conduce a volte alla distruzione morale, alla malattia mentale, all’abuso di sostanze alla depressione.

La violenza fisica si configura come tutti quegli atti volti a fare male, a procurare un danno fisico, a spaventare la vittima e a mantenerne il pieno controllo.

La violenza economica comprende tutti i comportamenti finalizzati ad impedire l’autonomia economica della donna, appropriarsi e gestire le finanze della partner impedendole di accedervi, sperperare il guadagno della partner attraverso, ad esempio, il vizio del gioco e dell’alcool.
Nel caso di donne straniere può essere loro impedita la regolarizzazione dei documenti.
Lo scopo evidente è sempre quello di mantenere il controllo, alimentando la dipendenza e la sudditanza.

La violenza sessuale annovera le molestie, l’aggressione sessuale agita, la costrizione a visionare materiale pornografico, a prostituirsi e ad avere rapporti sessuali non desiderati.

Lo stalking (atti persecutori) si riferisce a tutti i comportamenti volti a controllare la donna, a limitarne la libertà personale, esempi possono essere il pedinamento, continue telefonate, sms, messaggi lasciati sulla macchina, appostamenti fuori dai luoghi di frequentazione della vittima, recapitare doni non graditi e non desiderati.
All’interno della relazione maltrattante, la violenza agita non esplode da subito, il lavorio del maltrattatore è subdolo e volto inizialmente ad indebolire la vittima annichilendola per renderla più vulnerabile e aggredibile.

Molti i teorici che si sono occupati del fenomeno della violenza di genere e della sua complessità , la Baldry cita ad esempio la teorizzazione della Walker (“The battered women” 1979) e la sua evoluzione successiva nel modello di Pence e Paymar (1993) definito “Power and control wheel” (la ruota del potere e del controllo).
In base alla teorizzazione della Walker, alla base della dinamica violenta vi è il controllo.
Esso viene esercitato sia da chi maltratta attraverso tutta quella serie di comportamenti che abbiamo già brevemente descritto e che trascinano verso la dipendenza e la sudditanza, sia da chi subisce, la donna infatti tiene sotto controllo la rabbia del partner, sente in sé il peso della sua missione salvifica verso il suo partner.
Più si sforza in questa impresa, più è convinta che lui cambierà più affonda. Questa è la prima fase.

La seconda fase è definita “dell’esplosione”e si caratterizza per la gravità degli episodi di violenza agita, le energie della donna sono convogliate verso l’unico obiettivo della sopravvivenza, per questo continua anche in questa fase a “limitare i danni” cercando di controllare le esplosioni attuando strategie quali l’essere accondiscendente, evitando comportamenti interdetti dal partner.
Le fughe repentine, le denunce e le richieste di aiuto si inseriscono quando anche tutto questo non basta più, quando la vittima cioè inizia a temere di non poter fare nulla per evitare il prossimo attacco, di non poter fare nulla per cambiare il partner.

La terza fase è la fase di “falsa riappacificazione”, avviene quando il maltrattante reagisce alla fuga della vittima cercando di riappropriarsi della sua “proprietà”.
A questo scopo si fa malleabile, dà alla donna la responsabilità della sua “guarigione” sgravandosi da qualsiasi responsabilità per quanto commesso.
Questa è una fase molto delicata, se la donna infatti non è supportata (rete familiare/amicale, servizi, centri antiviolenza) rimane vittima dell’isolamento creatole intorno dal maltrattante e quindi, indebolita e sola, finisce per considerare il suo carnefice la sua unica speranza, ritorna quindi a ciò che la terrorizza ma che almeno conosce.
Il riavvicinamento dà il via alla falsa riappacificazione, strumentale al rientro della vittima nella spirale di controllo totalmente in mano al maltrattante che detterà i tempi di serenità e terrore.
La ciclicità della violenza e l’alternarsi di fasi di calma e di episodi violenti costituisce la difficoltà maggiore per la donna ad interrompere la relazione, la positività delle fasi di calma viene massimizzata dimenticandosi le violenze subite.

Le donne maltrattate spesso sono costrette a sopravvivere, per riuscirci mettono in campo strategie e risorse quali la minimizzazione, la negazione della gravità e l’inibizione del ricordo delle violenze, l’autocolpevolizzazione,la vergogna, la perdita di fiducia in sé e nelle proprie capacità.
Spesso quelle stesse donne vivono immerse in una cultura che non le prevede come soggetti autonomi, rinforzando quindi il comportamento del partner, la donna non è più certa di sé, acquisisce il punto di vista del maltrattante, perde il contatto con i propri desideri, non c’è più confine ma una sovrapposizione .Le donne maltrattate faticano a riconoscere e quindi a recuperare doti e risorse che hanno permesso loro di sopravvivere.

Le stesse teorizzazioni si ritrovano nel modello di Pence e Paymar (1993) “Power and control wheel” secondo cui la vittima viene progressivamente annientata e resa incapace di reagire, viene erosa la sua capacità di resistenza e di opposizione.
Questo avviene attraverso intimidazioni, minacce coercizioni ed esercizio del controllo. In una seconda fase attraverso l’isolamento, ottenuto tagliando tutte le reti amicali parentali e persino lavorative proprie della donna.
E’ la volta della svalorizzazione attraverso cui si priva la donna della propria autostima, questo per renderla maggiormente controllabile. Alla minima ribellione scatta la violenza agita utilizzata per ristabilire lo status quo pregresso.

Secondo Marie-France Hirigoyen, la relazione maltrattante si struttura partendo da una prima fase di seduzione perversa, necessaria a stabilire quella forma di condizionamento che sta alla base dei rapporti di dominazione. Attraverso questo processo la vittima viene destabilizzata, si annullano i confini tra sé e l’altro. “Dato che neutralizza il desiderio dell’interlocutore e abolisce ogni sua specificità, il condizionamento implica un’innegabile componente distruttiva” (Hirigoyen 2000, pag.99).
La vittima subisce senza acconsentire, obbedisce, in prima battuta per compiacere il partner, in seconda battuta perché avrà paura.
Il condizionamento non è visibile agli osservatori esterni, le allusioni destabilizzanti non paiono tali a chi non conosce il contesto. La posizione in cui è costretta la vittima, di difesa sostanzialmente, le fa assumere comportamenti che infastidiscono quanti le sono accanto, alimentando così l’isolamento messo in atto dal partner. Perché sia efficace il processo che porta al condizionamento deve essere caratterizzato da uno stile comunicativo specifico, fatto di menzogne, sarcasmi, derisione e disprezzo, è la comunicazione perversa che comprende: Il rifiuto della comunicazione diretta, il travisare il linguaggio, il mentire,il sarcasmo la derisione e il disprezzo, la comunicazione paradossale, la squalifica.
Rifiuto della comunicazione diretta: Viene utilizzata poco la comunicazione verbale, tutto sembra sottinteso il messaggio è “sai cosa voglio dire” anche se non si dice nulla e proprio per questo quindi tutto può essere rinfacciato. Ci si sottrae al dialogo rinforzando le presunte colpe dell’altro e negandogli contemporaneamente la possibilità di difendersi.
Rifiutare il dialogo è come dichiarare che l’altro non c’è non esiste, non ha importanza. Questa assenza di dialogo è supportata da espressioni non verbali tipiche come la rigidità del corpo e lo sguardo sfuggente.
Travisare il linguaggio: l’obiettivo principale è quello di confondere, la comunicazione a servizio di questo obiettivo è fatta di messaggi deliberatamente vaghi ed imprecisi, spesso in contraddizione tra loro; la voce è fredda, inespressiva e monocorde, spesso le parole vengono mormorate anziché scandite.
Mentire: Non si tratta di menzogne dirette ma di sottintesi, di “non detti”. Si evita il confronto diretto, si mira a destabilizzare a far vacillare le sicurezze dell’altro che arriverà a domandarsi se ciò che sta accadendo corrisponde realmente al vero.
Sarcasmo, derisione, disprezzo: Il disprezzo e la derisione connotano l’immagine della relazione tra partner di fronte al mondo esterno. La denigrazione pubblica dell’altro permette al maltrattante di rimanere a galla, ciò che conta è imbarazzare l’altro. All’esterno questa dinamica può sembrare ostile ma anche scherzosa, non si percepisce il confine tra l’uno e l’altro aspetto. La vittima stessa arriva a riconoscere l’aggressività del messaggio solo quando è diventato un’abitudine.
Comunicazione paradossale: E’ un buon mezzo a servizio dell’aggressione perversa, è utile nel far vacillare l’altro, nel farlo dubitare dei propri pensieri. Perché ci sia comunicazione paradossale ci deve essere una contraddizione tra messaggio verbale e messaggio non verbale, ad esempio se abbracciandoti ti dico “ti odio”. Uno dei messaggi di solito è esplicito l’altro rimane sottinteso, quest’ultimo viene ovviamente negato dal maltrattante. Il discorso paradossale fa rimanere l’interlocutore perplesso e interdetto, è destabilizzato e confuso. Tutto questo ha lo scopo di mantenere il controllo sull’altro, fargli perdere fiducia in sé e nelle sue capacità di giudizio, implementando così la propria posizione di dominanza sull’altro.
Squalificare: E’ una delle armi più potenti, le aggressioni sono indirette e quindi è estremamente difficile difendersene. Il terreno fertile creato dal condizionamento poi facilita l’acquisizione di offese e squalifiche da parte della vittima come verità. Si assiste quindi all’erosione lenta ma continua dell’autostima della vittima che, a questo punto, non è più certa di nulla.

Questa prima fase di condizionamento è necessaria per mantenere quell’asimmetria propria della relazione maltrattante in cui ci deve essere, affinchè si possa definire tale, uno squilibrio di potere, la vittima sembra immobilizzata e anestetizzata. Se si oppone al condizionamento, la vittima si espone all’odio e alla violenza manifesta e ciò avviene quando le strategie perverse vengono svelate. Quando sembra che la vittima sfugga, si scatena la rabbia e si inaugura la fase di odio manifesto che si esprime con tutti i mezzi verbali (ingiurie, offese) e fisici in possesso del maltrattante. Anche questa fase appare caratterizzata dalla perversione, in quanto spesso il maltrattante esaspera la vittima al punto da indurla a scagliarsi contro di lui, apparendo quindi come la vittima unica e sola di una donna che non è in grado di controllare sé stessa.

Uno degli aspetti più importanti da sottolineare è che se le donne rimangono in relazioni così connotate non è per masochismo.
Sono intrappolate in un rapporto asimmetrico in cui l’uno domina l’altro dal quale non riescono a difendersi proprio a causa della potenza del condizionamento attuato dal partner maltrattante. Ciò che distingue le vittime di violenza dai masochisti è il fatto che, quando con sforzi titanici riescono a liberarsi, la sensazione è di vera e propria rinascita, non sono interessate alla sofferenza.

Il denominatore comune che si può riconoscere all’interno delle teorizzazioni appena descritte è sicuramente la “disumanizzazione dell’altro”.
All’interno della relazione violenta la donna viene reificata, questo forse per giustificare le dinamiche perverse e dolorose messe in atto, giustificazione che vale sia per chi maltratta sia per la vittima che, ridotta a “cosa”, ritiene di meritarsi ciò che subisce.
Il concetto della “disumanizzazione dell’altro” è ben esplicitato da Felicity de Zulueta nel suo libro “dal dolore alla violenza”. Come già accennato, reificare l’altro permette di autorizzare la violenza, ne fornisce giustificazione a chi la compie alimentando così la relazione violenta.
Secondo la De Zulueta questo meccanismo affonda le sue radici all’interno del sistema patriarcale che mantiene l’ineguale distinzione tra maschio e femmina; “uno dei modi più importanti in cui il sé di una persona si organizza è attorno all’identità di genere. Il concetto di sé come maschi o femmine struttura il senso di sé ed è anche uno dei principali modi attraverso cui sono incanalate le aspettative culturali” (De Zulueta, pag. 285).
Per diventare “maschio” c’è bisogno di separare sé stessi dal corpo femminile della madre, “diventare maschio implica che il bambino deve scindere o reprimere la propria identificazione con la madre, per poterlo fare quest’ultima deve essere vista come cattiva, deve essere disumanizzata” (De Zulueta, pag. 286).
La visione che ne deriva non corrisponde alla realtà ma incarna spesso canoni approvati dalla cultura di appartenenza e dalla società, in cui la donna è spesso vista come “madonna” o come “puttana”.
Il processo di disumanizzazione è essenziale secondo De Zulueta all’affermazione della mascolinità e conduce al rifiuto di certi aspetti di sé che sono identificati con la madre (empatia, ascolto).
Nella società patriarcale il sé del maschio conta sulla disumanizzazione dell’altro per sopravvivere. “Il senso di sé femminile è definito in relazione ai bisogni del sé maschile, le donne tendono ad identificarsi con ciò che gli uomini proiettano su di loro sia con il ruolo di “oggetto disumanizzato”, sia con il ruolo idealizzato e le aspettative che hanno tenacemente cercato di soddisfare” (De Zulueta, pag 288).
Il risultato della scissione e negazione è la proiezione sull’altro delle parti di sé scisse, il controllo sull’altro serve quindi per non perdere definitivamente ciò che abbiamo negato di noi stessi.

Riferimenti bibiliografici

  • Hirigoyen M.F. (2000), Molestie morali. La violenza perversa nella famiglia e nel lavoro, Torino, Einaudi.
  • De Zulueta F. (1993), Dal dolore alla violenza. Le origini traumatiche dell’aggressività, Raffaello Cortina Editore.
  • Baldry A.C. (2006), Dai maltrattamenti all’omicidio. La valutazione del rischio di recidiva e dell’uxoricidio, FrancoAngeli Editore.