“Dialoghi di genere: dagli stereotipi alla violenza di genere”

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Lo Spazio Donna Venezia ha dedicato il primo incontro pubblico della seconda annualità di progetto alla tematica degli “Stereotipi di genere e della violenza di genere” con lo scopo di creare un momento di approfondimento, dialogo e di coscienza collettiva insieme alla cittadinanza veneziana. Spesso le tematiche degli stereotipi e della violenza di genere vengono affrontate separatamente in quanto ciascun argomento ha di per sé una sua struttura e complessità; tuttavia ciò che ha guidato l’organizzazione della serata è stata l’intenzione di rendere visibile e dicibile soprattutto il loro intreccio, la loro continuità. “Cosa sono gli stereotipi di genere e perché è importante riconoscerli? Cosa c’entrano con la violenza? Cos’è la violenze di genere? Perché ci riguarda tutti/e? Come possiamo l’affrontarla?”. Queste sono solo alcune delle domande che hanno dato struttura all’evento, molti altri interrogativi sono arrivati dalle/dai partecipanti dando vita ad uno spontaneo ed interessante confronto.

Per affrontare e focalizzare al meglio il tema degli stereotipi e della violenza abbiamo invitato il dottor Luca Trappolin, Ricercatore in Sociologia Generale che lavora al Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia applicata dell’Università degli Studi di Padova, dove è tra i fondatori del Laboratorio di ricerca su Globalizzazione, Identità e Pluralismo culturale e la dottoressa Maria Luisa Bonura, psicologa clinica ed esperta nel sostegno psicosociale a donne che affrontano percorsi di uscita dalla violenza, attualmente responsabile di un servizio di Accoglienza residenziale in emergenza per donne in situazione di violenza presso la Fondazione Famiglia Materna di Rovereto. A loro abbiamo chiesto di intervenire per offrirci il loro punto di vista a partire dalla specificità delle loro formazioni e del lavoro che quotidianamente svolgono.

Durante la serata il dottor Luca Trappolin ha messo in luce un aspetto importante riguardo agli stereotipi di genere, asserendo che in realtà le cose non sono mai lineari: non vi è infatti alcuna garanzia sul fatto che se qualcuno dichiara di non avere stereotipi di genere negativi, di conseguenza questo possa agire comportandosi sulla base di quanto ha dichiarato. Ha presentato alcuni dati ISTAT che dimostrano quanto alcuni stereotipi di genere siano veramente molto difficili da eliminare, mentre altri hanno perso nel tempo di credibilità. Si è soffermato su alcuni degli stereotipi di genere non più validi, ad esempio quello che vedeva gli uomini come leader politici e dirigenti migliori rispetto alle donne; tuttavia, nella pratica del mondo del lavoro, si può constatare che emergono ancora grosse disparità nei ruoli assegnati ai due sessi. Un altro esempio riportato riguarda lo stereotipo secondo cui i lavori domestici sono appannaggio esclusivo delle donne: in una coppia in cui entrambi i partner lavorano, l’86% degli intervistati ritiene che sia corretto dividere in modo equo le faccende domestiche; tuttavia nella pratica pare non sia proprio così. Ci si potrebbe chiedere: “C’è quindi continuità tra opinioni e comportamenti?” 3/4 dei partner di entrambi i sessi si dichiarano soddisfatti di come sono suddivisi i lavori domestici all’interno della coppia, ma nella pratica pare non ci sia davvero equità. Tale stereotipo di genere induce 6 uomini su 10 a ritenere di essere meno portati per i lavori domestici, rafforzando l’idea secondo cui pulire casa dovrebbe essere un compito delle donne “in quanto donne”. Il problema è che gli stereotipi sono pensieri spontanei molto radicati, perciò è difficile riuscire a riconoscerli: nemmeno di fronte al caso empirico che smentisce lo stereotipo, è possibile cambiare e mettere in discussione i nostri pensieri.

Infine ha analizzato quattro principali questioni riguardanti gli stereotipi di genere: essere uomo o donna determina caratteristiche di personalità diverse? Tra uomini e donne vi è una differente attitudine nel prendersi cura di qualcuno? Tra i due sessi ci sono differenze negli stili di vita affettiva e sessuale? Uomini e donne hanno idee differenti riguardo a ciò che è giusto e sbagliato? L’intervento del dottor Luca Trappolin è stato intenso, vivace e coinvolgente ha permesso di vedere meglio e con spirito più critico non solo le prescrizioni culturali relative al maschile e femminile ma anche l’incongruenza che spesso vi è tra il piano teorico e la pratica quotidiana.

L’incontro è proseguito con l’intervento della dottoressa Bonura la quale è partita dallo stimolo del suo recente lavoro “Che genere di violenza”, edito dalla Erickson, per prendere in considerazione argomenti quali la violenza di genere, l’abuso all’interno della coppia, ma anche un concetto fondamentale come la resilienza e la capacità di rinascere dal trauma. In merito alla sua esperienza con le donne maltrattate, racconta di come esse necessitino di essere autorizzate a vedere con i propri occhi, aiutate a dar peso a ciò che si è vissuto e a conferire un nome alle cose confuse che sono capitate. Le donne che si recano al centro antiviolenza portano delle istantanee, dei racconti frammentati, spesso cronache dei momenti più forti, quelli che hanno colpito maggiormente: manca cioè all’inizio un filo conduttore, un racconto che includa anche i comportamenti di segno opposto, in quanto generalmente i momenti di violenza sono alternati da altri modi di stare in relazione, in un’altalena emotiva che spesso confonde la donna. Compito di chi sostiene le donne vittima di violenza è anche aiutarle a trovare quel filo conduttore che permetta di ricostruire interamente la loro storia, consentendo loro di dare senso e nome a ciò che è successo. Quando si parla di violenza di genere ci si riferisce ad un fenomeno avente forti collusioni culturali a cui dobbiamo inizialmente dare un nome per poterle poi riconoscere e combattere. Il fenomeno della violenza di genere si potrebbe definire come un’invasione della soggettività altrui da parte dell’uomo, con la pretesa che la donna si conformi alle sue aspettative. Il trauma subito diventa per la donna organizzatore della narrazione di sé: si deve perciò aiutarla a vedersi come altro rispetto al suo essere vittima, liberandola da una serie di condizionamenti e stereotipi che tendono a minimizzare la violenza.

Il libro è rivolto anche a chi vuole capire come procedere per aiutare le vittime a far fronte alla violenza: c’è molto altro oltre al fatto di cronaca relativo all’uccisione di una donna, sopra il quale vengono fatti molto sensazionalismo e speculazione mediatica; il termine femminicidio è stato coniato non solo per indicare il sesso delle vittime ma soprattutto la ragione dell’omicidio I numeri di questo fenomeno sono alti, tali da non giustificare un’eccezionalità patologica degli uomini che compiono l’omicidio, né un raptus, in quanto spesso è evidente la premeditazione.

Importante per chi sta vicino alla donna è riconoscere la centralità della sua libertà e della sua autodeterminazione: si deve prestare molta attenzione perché, anche se in buona fede, si possono riproporre delle modalità che tolgono soggettività alla donna, agendo per esempio al suo posto e di conseguenza infantilizzandola e ricalcando i passi del discredito. A questo c’è un’alternativa: Alice Miller parla di “testimoni consapevoli” per riferirsi a coloro che danno strumenti a sostegno del percorso di uscita dalla violenza, favorendo la resilienza della donna. Il testimone consapevole cerca di capire come funziona la violenza e agisce aspettando e rispettando i tempi della donna, fornendo nel frattempo informazioni e possibili strade alternative. Il testimone consapevole non si pone come un salvatore, bensì come un nodo nella rete, come un ponte a sostegno della donna.

Le operatrici dei centri antiviolenza hanno il compito di vedere le donne non come vittime ma come persone, soggetti con una domanda da esplorare insieme nella relazione; hanno inoltre la funzione di porsi come specchi per far sì che la donna si possa riconoscere come soggetto affinché riprenda in mano la sua vita. Il lavoro deve essere più simile a quello di un’ostetrica che a quello di un cardiochirurgo, permettendo di far emergere l’autonomia e la soggettività della donna. A questo proposito, la dott.ssa Bonura ha portato la testimonianza di una donna, la quale, una volta giunta al centro, le aveva riferito di essersi sentita in pace, come una bimba, ma il momento di svolta è stato proprio quando l’operatrice ha smentito questa sensazione dicendole che non era una bambina, che aveva la responsabilità di se stessa e che aveva le capacità di uscire dalla violenza e rimettersi al mondo, riscrivendo la propria storia.

La serata è stata scandita dalle reading teatrali di Chiara Clini, diplomata in recitazione all’Accademia dei Filodrammatici di Milano e Gianluca da Lio, diplomato all’Accademia del Teatro Stabile del Veneto, diretta da Alessandro Gassman. Il loro è stato un accompagnamento dall’inizio alla fine, li abbiamo fortemente voluti con noi perché pensiamo che per comprendere determinate tematiche sia importante entrare in contatto con emozioni e sentimenti che le stesse muovono dentro di noi. E così hanno interpretato l’album illustrato “Giulia che aveva un ombra da bambino” edizione Settenove, il monologo di Agrado tratto dal film “Tutto mia madre” di Pedro Almodòvar. L’incontro si è concluso con la biografia di una donna che ha vissuto relazioni maltrattanti fin da quando era bambina dalle quali in questi anni è riuscita ad affrancarsi con un gran lavoro di elaborazione personale: nella reading “Il bene e il male della mia vittoria”, così come lei lo ha voluto intitolare, troviamo le parole vive di una donna resiliente.

Con la serata “Dialoghi di genere: dagli stereotipi alla violenza di genere” abbiamo riaperto il ciclo di incontri organizzati dalla Spazio Donna Venezia, con l’intento di proseguire il processo di dialogo con la cittadinanza più sensibile che, a sua volta, possa diffondere una cultura di parità e rispetto tra uomini e donne, in cui non esista un’asimmetria tra i generi.

A cura di Sara Pretalli, Isabella Calzavara e Federica Spolaor

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