Come mai non reagisco? Mi sembra che sia sempre colpa mia…

Una donna mi raccontò: Ero all’Urp di Padova ed ero in cerca di informazioni. Era una giornata come tante di inizio primavera ed avevo voglia di uscire a vedere uno spettacolo o un concerto. Stavo sfogliando un opuscolo informativo quando mi sento toccare prima la schiena poi il sedere. Mi sono scostata pensando che qualcuno dovesse passare. Poi chinandomi di nuovo mi sono sentita toccare. Sino a quando una mano mi ha proprio strusciato fra le gambe. Mi sono girata di scatto…, un uomo con sguardo indifferente mi guardava. Avevo il cuore che mi batteva, un nodo alla gola mi si è formato all’istante, i pugni mi si sono serrati. I miei occhi si sono mossi nella sala, tutto sembrava normale. Solo a me, in pochi secondi tutto è cambiato, e ho detto con una voce che a me è sembrato un urlo “ ma cosa fa? Come si permette di toccarmi il sedere?” Lui con tutta calma si è girato e si è allontanato io ero immobile. L’uomo allo sportello ha alzato la testa e poi ha proseguito il suo lavoro. Una donna mi stava guardando, e guardava me…… In quel momento ho pensato che non ero io a dover essere fissata ma lui, e allora dissi indicandolo “quell’uomo mi ha toccato il sedere!!” A quel punto mi sono sentita meglio, anche se le persone presenti si sono comportate come se nulla fosse accaduto e lui è semplicemente uscito dalla porta. Ma io mi sentivo elettrizzata, energica e anche se infastidita di non essere stata vista dal mondo, avevo reagito e la vergogna che avevo sentito in un primo momento non era più la mia.

Ma cosa era successo a Daria?
In situazioni d’allerta il nostro corpo si ferma, si mette in ascolto o in uno stato di ipervigilanza e di orientamento verso lo stimolo minaccioso: gli occhi prima si spalancano per poi stringersi per focalizzare meglio, le orecchie si tendono e i muscoli delle braccia si contraggono, le gambe anche, il respiro accellera e diventa più corto, il battito cardiaco aumenta, la pressione si alza, le mani cominciano a sudare, la mascella si contrae e la salivazione si riduce. Nel frattempo i vasi sanguigni irrorano maggiormente i muscoli volontari e aumenta la produzione di adrenalina. Insomma tutto il nostro corpo si prepara all’azione. Ma allora come mai a volte ci blocchiamo e non regiamo come avremmo voluto? Come per gli animali, in una situazione in cui ci sentiamo in pericolo, minacciati o in qualche modo negativamente sorpresi, il nostro corpo si attiva promuovendo una forza aggressiva (dal latino aggredi= andare verso) che mobilita una strategia di lotta o di fuga. Ma quando nè la lotta nè la fuga possono garantire la tutela, fisica ed emotiva, della persona subentra un’altra modalità difensiva: l’immobilità o irrigidimento. Il ruolo sociale, i contesti relazionali, i costrutti di genere e gli stereotipi ad essi legati, le credenze o la tensione emotiva in cui proviamo paura e angoscia possono impedire agli individui un equilibrato e naturale impulso a muoversi con velocità e forza, o a gridare o a piangere. La persona è attivata e pronta a fare qualcosa ma contemporaneamente non agisce, perchè forse “ non si può o non è culturalmente accettabile”. L’energia mobilitata rimane legata “nel corpo”. Accade così talvolta che apprendiamo l’inefficacia all’azione o l’impossibilità a reagire: la persona si sente sopraffatta dalla passività o da un sentimento di angoscia provocato da una pulsione verso un agito non realizzato forse per la vergogna o per la paura delle conseguenze.
Daria, era riuscita, nonostante la sorpresa e la vergogna, a fare qualcosa. Il suo corpo, prima ancora della sua mente, era pronto all’azione. Il primo momento di immobilità le aveva dato il tempo di ri-orientarsi e aveva gridato. Aveva sentito la sua vergogna. Nonostante l’indifferenza dei presenti era riuscita a portare a termine la sua azione possibile: aveva ridato a quell’uomo la responsabilità della molestia. Aveva scaricato in parte l’energia mobilitata che quindi non era rimasta nel corpo diventando una tensione muscolare legata a sentimenti di rabbia e impotenza.
La nostra amica aveva ascoltato il suo corpo che l’aveva guidata a portare a termine la sua possibilità di reazione ed era uscita dall’ufficio con una sensazione di aver fronteggiato la situazione nel migliore modo possibile.

Testo a cura di Carlotta Romagnoli
Immagine di Simone Frigeri

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