Home » Genesi del nome
A partire dal III secolo, una serie di culti di provenienza diversa venne ad affiancare quelli tradizionali dei romani, o a innestarsi su di essi (e quindi a trasformarli), aiutando le donne a uscire dalla prigionia che gli antichi culti additavano loro come inevitabile. Prescindiamo, qui, dall'episodio dei Baccanali, che già in epoca repubblicana aveva segnalato l'insofferenza femminile (sia pur come parte di un disagio sociale più generale), e aveva messo in pericolo i principi sui quali l'organizzazione familiare e statuale era fondata.
Già dal III secolo, il culto greco di Afrodite si era innestato su quello della romana Fortuna, e veniva celebrato nelle feste Veneralia. Nel 205 a. C. era stato introdotto il culto della Grande Dea della Frigia, indicata dai libri sibillini come l'unica divinità capace di salvare Roma da Annibale, e venerata in Occidente col nome di Magna Mater Idaea.
Nelle feste Vinalia veniva celebrato il culto della Venere Ericina (onorata a Erice, in Sicilia). Gradualmente, la Venere romana si identificò con la siriana Astarte e con l'egiziana Iside.
E il culto di Iside, in particolare, contribuì sensibilmente a cambiare le donne.
Iside era una divinità consolatrice delle sofferenze umane, che infondeva la speranza di una vita ultraterrena.
Per lei gli esseri umani erano tutti uguali, liberi o schiavi che fossero: tutti infatti, avevano un'anima immortale, indipendentemente dalla condizione sociale e dal sesso.
I suoi sacerdoti potevano essere sia uomini sia donne, e tutte le donne, senza distinzione alcuna, potevano partecipare al suo culto: oltre che moglie e madre, infatti, Iside era stata prostituta a Tiro per dieci anni e, di conseguenza, ammetteva presso di sé anche le donne che si vendevano.
Cancellando le differenze, ella dava luogo a una commistione fra persone che nella prassi sociale erano destinate a non avere contatti.
Per di più, il rituale del contatto mistico con la divinità comportava un rapporto nuovo e diverso col sesso.
Non a caso tutti coloro che frequentavano i templi della dea, che sorsero in Roma a partire dal 50 a. C., erano accusati dalla voce popolare e dalle autorità di prostituirsi.
I tentativi di frenare la diffusione del culto furono numerosi.
Augusto ordinò la demolizione del tempio di Iside e Serapide, che era stato costruito dopo la morte di Cesare: e poiché nessuno accettò di eseguire l'ordine sacrilego, il console tu costretto ad abbattere la porta del tempio personalmente, a colpi d'ascia.
Nel 19 d.C. un singolare episodio fornì il pretesto per una repressione. Decio Mundo, per ottenere i favori di Paullina, aveva convinto i sacerdoti della dea (corrompendoli con una forte somma) a dire alla donna che il dio Anubis voleva incontrarla nel tempio, di notte: e quindi, presentandosi sotto le spoglie del dio, aveva soddisfatto il suo desiderio. Ma Tiberio, venuto a conoscenza dell'episodio, reagì con fermezza: fatti crocifiggere i sacerdoti, demolì il tempio e fece gettare nel Tevere la statua della dea.
Il diffondersi dei nuovi culti, insomma, turbava l'ordine costituito, gettava lo scompiglio nelle case dei romani, era visto come causa di una inammissibile licenziosità: se Giovenale, come abbiamo visto, aveva descritto due donne che praticavano l'amore omosessuale presso l'altare della Pudicitia, Minucio Felice e Tertulliano sostenevano che nei templi si commettevano adulteri e ci si prostituiva fra gli altari.
Vere o false che fossero, le dicerie non erano casuali. In nome dei nuovi culti troppe cose stavano cambiando, troppi principi venivano scossi, troppe libertà venivano rivendicate da persone che, prima, non avrebbero mai pensato di mettere in discussione la loro inferiorità: schiavi e donne, ora, si ritenevano «persone» uguali a tutte le altre, vale a dire uguali rispettivamente ai liberi e agli uomini.
Tratto da
“L'ambiguo malanno. La donna nell'antichità greca e romana” di Eva Cantarella
Einaudi Scuola, 1995, Milano
Supporta il nostro lavoro facendo una donazione. Per noi il tuo aiuto è prezioso.